"C'è chi crede in dio o nel denaro. Io credo nel cinema, nel suo potere. L'ho scoperto da ragazzino, mi ha aiutato a fuggire da una realtà in cui ero infelice. È una delle forme d'arte più alte che l'uomo ha concepito. Credo nel suo futuro."
(John Carpenter)

venerdì 7 dicembre 2012

Amour

Amour

Georges e Anne sono due professori di musica in pensione: dopo una vita di lavoro, sempre fianco a fianco, raccolgono le loro soddisfazioni vedendo gli allievi di un tempo muovere i primi passi sulla grande scena musicale. Un giorno, però, Anne inizia a manifestare i primi sintomi di una malattia degenerativa. Sottoposta a intervento, resta paralizzata nella parte destra del corpo e Georges si fa carico di aiutarla a combattere il suo male, cercando di gravare il meno possibile sull'aiuto di terzi e della figlia Eve.


Palma d'Oro al Festival di Cannes 2012, Amour arriva nelle sale italiane sull'onda lunga delle polemiche che sempre accompagnano l'opera di Michael Haneke, cineasta controverso e disturbante, spesso accusato di eccessiva freddezza e di un atteggiamento ostinatamente crudele nei confronti dei suoi personaggi. Il tema della malattia che affligge un personaggio anziano - di per sé già delicato - offre naturalmente il fianco alle peggiori accuse che, però, si rivelano in gran parte pregiudiziali.

Il punto di vista prediletto dal regista, asciutto e apparentemente distaccato, si rivela infatti propedeutico a una trattazione rigorosa del dramma: accusare Amour di compiacimento nella crudele esibizione del corpo semiparalizzato di Anne/Emmanuelle Riva significa onestamente non avere bene in mente la portata dei pietismi che connotano tanto cinema recente, dai quali il regista austriaco si dimostra lontanissimo. Al contrario, la regia si pone sempre un passo indietro rispetto alla potenza espressiva (e iconica) dei volti di Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, letteralmente meravigliosi nella naturalezza con cui tratteggiano questa coppia di anziani compagni di vita, alle prese con la loro ora più oscura.

Ciò che colpisce è come Haneke ponga la prospettiva del suo racconto sulla lunghezza d'onda dei personaggi anziani: il torto che, cioè, spesso si commette con storie simili è quello di raccontare il dramma della malattia in modo da impressionare lo spettatore sano (o al limite per compiacere chi ha avuto la sventura di vivere un'esperienza simile). Niente di tutto questo: Amour non è il racconto di una malattia che distrugge, ma al contrario l'espressione di un'esperienza che qualifica due personaggi, descrivendo un loro universo. Non a caso, il racconto glissa sui passaggi salienti del decorso del male, affidandoli a scarni dialoghi, e preferisce puntare più che altro su episodi singoli, quelli che più interessano ai fini del suo discorso.

La malattia, infatti, tende naturalmente a “escludere” gli altri da sé: è esemplare in tal senso il personaggio della figlia Eve, che non riesce a comunicare con la madre perché la paralisi le impedisce di formulare compiutamente le parole (ancora una volta la parola nel film è un inutile orpello). Eve, in quanto personaggio “giovane” (e dunque escluso dalla prospettiva cara al film), vive l'esperienza con un'emotività che lascia trapelare più il proprio senso di impotenza che la reale comprensione di quanto sta passando sua madre. Lo stesso potrebbe valere anche per il giovane Alexandre, ex allievo di Anne, verosimilmente a disagio di fronte al destino della sua insegnante.

Bisogna inoltre aggiungere il fatto che Anne tenda naturalmente a isolarsi, a rifiutare il contatto con gli altri, a non accettare visite, a non volere che qualcuno la veda, fino al traguardo estremo di non riconoscersi in quel corpo lesionato dal male, che la porta a rifiutare il cibo. Haneke è sincero nella descrizione quotidiana del dramma: la malattia è brutta, umiliante (la dolorosa scena del bagno) e, soprattutto, disarmante nel suo coglierti nei momenti più intimi e semplici del giorno (la paralisi durante la colazione) e nel suo essere alimentata dai perversi giochi del destino (l'operazione che finisce per peggiorare la situazione). Dall'orizzonte descritto dal male, però, non viene escluso George, l'unico che segue Anne con una dedizione e una dignità disarmanti, al pari dello stesso male, perché generosa e inevitabile.

L'uomo è infatti l'unico che riesce sempre a comunicare con lei, in virtù di un territorio comune che i due hanno descritto e che si fonda sui ricordi (la visione delle foto), sulle esperienze vissute insieme (i racconti del passato con cui lui fa luce anche su fatti che lei non conosceva), sul divertimento provato (le rievocazioni degli accadimenti più buffi) e sull'amore per la musica (la splendida scena in cui i due cantano insieme). In questi momenti appare chiaro come la malattia descriva uno spazio sì limitato, ma che non riesce e non può mai escludere l'amore del e per il compagno. Un amore, che, come ha sottolineato giustamente Emmanuelle Riva (l'intervista è linkata in calce) “non viene mai dichiarata a parole. Perciò, siamo davanti ad una vicenda in cui c’è il verbo che diventa carne”. Si ribadisce in questo modo come il lavoro registico compiuto da Haneke sia stato intelligentemente in levare, con la storia che si affida ai gesti e alla fisicità dei suoi straordinari interpreti.

Così, il gesto estremo cui George viene condotto dalla straziante esperienza, diventa anche un momento di comprensione del dramma altrui, attraverso il quale l'uomo rimarca la sua condivisione del male e il suo farsene in qualche modo carico. Haneke esagera con il simbolismo nella scena del piccione che viene anch'esso “imprigionato” e poi liberato, ma il finale è da brividi, con i due che riprendono la loro vita quotidiana: un sogno? Una speranza? O forse - è la lettura che trovo più pertinente - una riunione fra i due, in una vita che ormai è soltanto loro, mentre agli altri la casa appare semplicemente vuota. Fa venire in mente certe soluzioni di Marco Bellocchio, e scusate se è poco.


Amour
(id.)
Regia e sceneggiatura: Michael Haneke
Origine: Francia, 2012
Durata: 125'

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